ALAMARO al GOLETO

Alamaro al GOLETO
Caro Pino, La PresS/Tletter in Italia è letta da tantissimi professionisti, tecnici e non,
ed ha una diffusione superiore sia a molti quotidiani che a tante riviste di settore patinate e stampate. Eduardo Alamaro ha visitato il Goleto, ha intervistato Fr. Wilfrid Krieger ed ha scritto un articolo (sfizioso) – Allego lo stralcio pubblicato sulla rivista

INTERMEZZO
Festa della Mamma “Architettura” è stata nei secoli generosa e prolifica Mamma di tanti figli d’arte, molto meno oggi: troppe pillole e preservativi normativi in giro, paura dell’accoppiamento e del meticciato creativo, scarsa applicazione e ridotta partecipazione fecondante. E poi i figli d’arte dell’Architettura d’oggi chi li cresce? Chi li nutre? Anche se Tutti so’ (e restano) «Piezze ‘e core»! Per dare un segnale in contro-tendenza (adda passà ‘a nuttata!), in occasione della Festa della Mamma dell’Architettura Irpina (MAI), c’è stata sabato scorso una simpatica “visita guidata” organizzata dall’A.N.A.B, (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica), con in testa l’architetto Angelo Verderosa, un cognome che di per sé è già un programma di bioecologia (vedi “Intermezzo” di PresS/Tletter n. 16/2007, ndr).

Non c’è spazio e tempo per dire di tutta la festa della Mamma Architettura Irpina; ci limitiamo pertanto alla tappa nell’Abbazia del Goleto, famosissima ed assoluta, fondata da San Guglielmo di Vercelli nel 1135, oggi Santo protettore degli Irpini, ballerini sulla faglia mediterranea. Siamo in mano a Lui (e a lei, alla faglia)! Prima della visita c’è stata “la lezione”, cioè una relazione con videoproiezione sul cosa si è fatto (e cosa si sta facendo ancora) per il restauro e recupero del Goleto.

Si entra pertanto in “zona rossa”, temi delicatissimi sull’idea (e pratica) del “restauro sostenibile” (da tutti i punti di vista, teorico, oltre che sociale); si va di filato nel rapporto che passa tra Storia, restauro e tecniche dolci & eco-compatibili; in tanti argomenti scottanti nei quali l’architetto Verderosa ha il merito di entrare non dalla porta alta ed accademica, ma da quella bassa e pratica di “architetto di cantiere”, qual egli si dice con civetteria, con un grande amore per il fare, per il “come si fa” e si inventa la soluzione “giusta”.

E’ da questa soglia applicativa della “porta di servizio” (e di buoni servizi d’architettura) che egli comunica con simpatia e umiltà la sua esperienza di cantiere al Goleto, le schede di lavoro, i successi e le difficoltà, finanche accenna alle fasi drammatiche del cambio di Soprintendente referente: “il subentrato” espresse un giudizio negativo sul restauro in corso, approvato dal predecessore, preferendo forse un approccio più “interventista” e notabile, sulla linea di quanto già fatto negli anni ’90 per l’ala del convento maschile (il Goleto era infatti un tipico caso di “monastero doppio”, maschile-femminile, ove i maschietti, i monaci erano minoritari e sottoposti al potere del “cristianesimo al femminile”, un tema di fondo attualissimo che, per la verità, doveva essere la chiave di volta sottesa a tutto il restauro architettonico, quale confronto di due approcci al tema, duro/morbido, leggero/pesante e/o pensante…).

Mentre si proiettava un bel filmato sull’abbazia, colpo di scena perché entra Padre Wilfred, un frate tedesco di Colonia che da 17 anni è al Goleto, nella comunità “Jesus Caritas”. Un applauso spontaneo – è molto popolare e stimato – e prende la parola: dice che il Goleto è un luogo di “accoglienza del profondo”; che le pietre parlano se le sai ascoltare per poi “restaurare” il mistero che vi è racchiuso dentro, come in un’urna; che bisogna restaurare quindi primariamente il Silenzio che c’è dentro le rovine, le ferite architettoniche: questo il punto chiave per un giudizio sulla qualità dell’opera in corso; restaurare con amore l’immateriale, il mistero, la cui radice greca è appunto “silenzio”, (“fare” quindi un restauro silenzioso e senza sensazionalisti, senza «strapp», dice nella sostanza). “Non posso scassinare la parola di Dio”, continua “ma posso mettermi umilmente in un percorso di ascolto”… l’architetto del luogo si è messo in ascolto della voce di Dio (da restaurare) e forse l’ha intercettata, pare, il Beato Verderosa (sempre sia lodato, mai lordato!)Intervengo a sorpresa, “intervisto” al volo il giovane frate, che simpaticamente sta al gioco: gli domando della differenza che ha riscontrato, come utente del Sacro, tra due “stili”, due approcci al restauro del Goleto (tutto il mondo è Tv per cui il pubblico partecipa molto “in diretta” e tifa, ride, applaude, coglie le differenze sostanziali, nello spettacolo odierno).

Punto di fondo: Essere o apparire? Dice all’uopo Wilfred: il primo architetto, un luminare luminoso, veniva qui di corsa, appariva, indi spariva d’immenso in un baleno, colla sua corte architettonica. Più che apparire forse bisogna “Esserci”; essere ogni giorno umilmente sul cantiere, discutere di piccole cose che fanno le grandi cose, un modo di Essere….Fine dell’intervista, fine della lezione, andiamo sul posto a verificare “il mistero” del Goleto restaurato. In effetti “l’ala maschile”, quella poi adibita “dal luminare luminoso” ad uso di biblioteca, è appariscente dall’esterno, con una sequela di piramidi di vetro montate sul tetto a gradoni, ardita citazione della casa caprese di Libera per Malaparte; ma, come dicono a Napoli, la soluzione “è bella, ma non abballa”. Questo lapidario giudizio lo usano i commercianti napoletani del Mercato per dire di prodotti appariscenti ma che non funzionano, che non incontrano il gusto del pubblico “corrente”.

In questo caso, mutatis mutandis, quello dei monaci e di tutti coloro che dovevano studiare nella biblioteca, oltre che dei libri stessi, i quali (mi dicono) si son (in parte) rovinati e/o danneggiati per problemi di condensa e di mancanza di ricambio d’aria, peraltro irrespirabile per scarsa aerazione. Può essere, questo della biblioteca “faraonica”, un bel giocattolo modello “venustas”, per belle pubblicazioni su carta patinata architettonica, ma pare che non funzioni, non avendo in sé la “commoditas” e la “firmitas”, due componenti base di Mamma Architettura.

Altrimenti mammà dice napoletanamente “ca nun sì bbuono”! Di conseguenza pare che le belle piramidi di vetro saranno sostituite da più comuni e pratici lucernai, e che dalla Mala/parte si passerà ad una Buona/parte (della commedia architettonica nel Goleto d’oggi). Staremo a vedere.

Saluti in rispettoso silenzio “restaurato”, Eduardo Alamaro

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