EDUARDO ALAMARO, per un’architettura di qualità

Il restauro dei borghi irpini, il dibattito: per un’architettura di qualità

Eduardo Alamaro

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7.5.07  EDUARDO ALAMARO in Asmenet.it

Il restauro dei borghi irpini, il dibattito: per un’architettura di qualità 

Nei convegni scientifici, nei dibattiti culturali, specie se specifici e tecnici, specie se svolti in sedi istituzionali e in zone “interne”, ci sono dei sicuri indicatori di gradimento del pubblico: se nessuno si è alzato dalle sedie, se nessuno se n’è andato, se alle nove della sera quel convegno annovera lo stesso pubblico iniziale delle sei del pomeriggio, significa che quella iniziativa ha fatto centro, che è stata utile, che ha colto nel segno, che ha fatto cultura; che ha allargato il perimetro della partecipazione pubblica, dato degli strumenti ai nativi, ai cittadini del luogo oggetto del discutere scientifico e tecnico.
E’ quanto accaduto venerdì al convegno d’architettura “Borghi, castelli e abbazie: esperienze di restauro in Irpinia”, tenutosi nella sala del consiglio municipale di Castelfranci; incontro di lavoro attivato dal Centro Studio Libero Pensiero “Giordano Bruno”, animato dal pittore Felice Storti, una garanzia, un pensiero antagonista, attento alle realtà locali e globali, glocal; alle arti intese nel loro complesso e quindi includenti l’Architettura, Madre (e talvolta matrigna, il Padre spesso e ignoto), delle Arti.
Il successo della manifestazione è da ricercarsi innanzi tutto nei contenuti e nel tono pacato, ed al contempo implacabile, fino alla lucida denuncia, della relazione e video-proiezione del giovane architetto Angelo Verderosa. Egli ha relazionato sulle esperienze di restauro architettonico che ha effettuato, quale libero professionista (in comunione con un articolato gruppo di lavoro), sul sistema dei borghi medievali irpini della Terminio Cervialto: il magnifico quadrilatero Castelvetere, Quaglietta, Volturara, Taurasi (castello incluso); nonché della famosa abbazia del Goleto e il museo diocesano di Nusco.
Un’occasione professionale tramutata beneficamente in una proposta culturale profonda; in una esemplare offerta di metodo e di approccio non fumoso al territorio sociale irpino, incluse le antiche architetture da “curare”, da restaurare, oggetto dell’incontro. L’approccio dell’architetto Verderosa al restauro è stato infatti soft, rispettoso ma non ossequiente, umile ma al contempo ambizioso; ha dimostrato in concreto che si può fare coesione e “lavoro sociale” partendo dallo specifico professionale; è riuscito a creato un “bel clima in cantiere”, come ha detto; ha colto un’occasione professionale per sperimentare un modo di stare insieme, di ricostruire in loco una speranza d’architettura, salvaguardando i legittimi interessi di tutti: pubblici organismi di tutela e controllo, imprenditoria, altri soggetti istituzionali coinvolti; sperimentando al contempo, e ciò è quello che più interessa lo specifico architettonico, tecniche di lavoro inclusive del passato, integrate al luogo, economiche ed efficaci. Far bene con poco, il minimo è il massimo, quasi un miracolo! «Recuperando l’antica pietra del monumento, ho recuperato la nostra storia – ha detto – ho formato i nuovi maestri d’arte del luogo»; quelli di cui una volta l’Irpinia andava fiera (si pensi agli scalpellini e ai maestri della pietra di Nusco): sono le nuove maestranze irpine formate in cantiere, direttamente, a costo zero.
Quello esposto da Verderosa è quindi un progetto architettonico e di restauro sociale che ha una qualità artigianale intrinseca; artigianato di tipo nuovo, inteso cioè non come fatto residuale e nostalgico di tecniche e modi del passato costruttivo, ma come recupero artigianale dell’uomo stesso, in una prospettiva contemporanea, oltre-moderna, straordinariamente attuale, utile e compatibili. Che vengano mille progetti esecutivi di questo tipo, di nuovo taglio artigianale, con dentro il piacere di fare, di costruire, ritrovato effettivamente in cantiere. Amare l’architettura, non terrorizzare la gente!
Architettura umile (e nobile) mestiere, si potrebbe dire; partire evangelicamente dalla pietra scartata ch’è diventata pietra d’angolo della costruzione (e ricostruzione) dell’Irpinia Verde/rosa, quella che ha avuto il coraggio e la semplicità di mettere i sentimenti dentro l’architettura; contro l’architettura cinica e arrogante, quella sperimentata nei bidoni dei “frammenti urbani”, arroganti utopie sopra la gente, modelli di comportamento lontani mille miglia dal vissuto quotidiano; cose marziane e cervellotiche calate di brutto (alla lettera) sul territorio, in sostanza mal digerite architetture che di organico hanno solo l’aspirazione ed il nome.
La Verderosa Irpinia ha invece capito un fatto di fondo: che il tenero sconfigge il duro; che se nei nostri tempi di terremoto sociale continuo la struttura segue l’onda del sisma sta in piedi, se cede ragionevolmente, paradossalmente resiste.
Tutto bene quindi? No, affatto!! Siamo alle solite: il progetto di restauro architettonico esposto nel convegno, è slegato parzialmente dalla destinazione d’uso, ed assolutamente da un progetto di gestione che sia interno ad un concreto sviluppo socio-economico del sistema “borghi d’Irpinia”. Insomma, ancora una volta ci sono i contenitori, mancano i contenuti, son corte, o tagliate, le gambe per camminare, questa la sintesi. Questo convegno è stato un grido di dolore, ma anche di speranza della ragione.
Si dovrebbe applicare alla gestione del “sistema Borghi”, la stessa strategia partecipativa sperimentata nel loro restauro, avere idee luminose per l’attrazione di capitali, onde evitare una nuova sconfitta dell’Irpinia e nuovo sperpero di danaro pubblico. Quando son scorse sullo schermo le immagini dei 22 – 23 minialloggi completamente attrezzate ma inutilizzati degli immobili, veniva voglia di dire: ma a che gioco giochiamo? Perché il valore culturale del monumento ben restaurato e (auspicabilmente) socializzato non è diventato (ancora) valore economico? Perché, a differenza dell’Umbria, regione molta nominata nel dibattito, l’Irpinia non decolla (ancora) nel turismo culturale e nell’architettura di qualità?

Eduardo Alamaro

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