LETTI VUOTI in IRPINIA

A seguito del convegno tenuto a Castelfranci, Eduardo Alamaro ha pubblicato una sua riflessione sia sul Corriere dell’Irpinia che sulla rivista-newsletter di architettura on-line PresS/Tletter n.16 – 2007 _ Chi vuole partecipare al dibattito può scrivere una e.mail a l.prestinenza@libero.it
INTERMEZZO – Letti vuoti in Irpinia

Nei dibattiti “culturali”, nei convegni scientifici, specie se specifici e tecnici, specie se svolti in sedi istituzionali e in zone “interne”, ci sono dei sicuri indicatori di gradimento del pubblico: se nessuno si è alzato dalle sedie, se alle nove della sera quel convegno annovera lo stesso pubblico iniziale delle sei del pomeriggio – tre ore intese di relazioni, di interventi, di analisi dei fatti e cose, di parole & immagini, rendiconto di quanto realizzato sul luogo – significa che quella iniziativa è stata utile, che ha colto nel segno, che ha fatto cultura; che ha allargato il perimetro della partecipazione pubblica, fornito degli strumenti ai nativi, ai cittadini del luogo.E’ quanto accaduto venerdì scorso al convegno d’architettura “Borghi, castelli e abbazie: esperienze di restauro in Irpinia”, tenutosi nella sala del consiglio municipale di Castelfranci (AV). Il successo della manifestazione è da ricercarsi innanzi tutto nei contenuti e nel tono pacato, ed al contempo implacabile, fino alla lucida denuncia, della relazione e video-proiezione del giovane architetto del luogo Angelo Verderosa (vedi “Letture d’autore” in PresS/Tletter, n. 8/2007, nda). Egli ha relazionato sulle esperienze di restauro architettonico che ha effettuato (in comunione con un articolato gruppo di lavoro), sul sistema dei borghi medievali irpini della Terminio Cervialto: il magnifico quadrilatero Castelvetere, Quaglietta, Volturara, Taurasi (castello incluso); nonché della famosa abbazia del Goleto e il museo diocesano di Nusco. Un’occasione professionale tramutata beneficamente in una proposta culturale profonda; in una esemplare offerta di metodo e di approccio non fumoso al territorio sociale alto-irpino, incluse le antiche architetture da “curare”, oggetto del pubblico incontro a Castelfranci.L’approccio dell’architetto Verderosa – coordinatore delle tecnologie e del restauro tutto – è stato infatti soft, rispettoso ma non ossequiante, umile ma al contempo ambizioso; ha dimostrato in concreto che si può fare coesione e “lavoro sociale” partendo dallo specifico professionale; è riuscito a creare un “bel clima in cantiere”, come ha affermato; ha colto un’occasione professionale – ben sorretto dalla visione non localistica della “Comunità montana Termini Cervialto” – per sperimentare un modo di stare insieme, di ricostruire in loco una speranza d’architettura, salvaguardando i legittimi intessi di tutti i soggetti, pubblici, privati e istituzionali coinvolti; sperimentando al contempo, e ciò è quello che più interessa lo specifico architettonico, non solo “pratico”, tecniche di lavoro inclusive del passato, integrate al luogo, economiche e efficaci perché rese contemporanee. Far bene con poco, il minimo è il massimo, quasi un miracolo! “Recuperando l’antica pietra del monumento, ho recuperato la nostra storia”, ha detto con orgoglio, “ho contribuito a formare nuovi maestri d’arte del luogo”; quelli di cui una volta l’Irpinia andava fiera (si pensi agli scalpellini e ai maestri della pietra di Nusco): sono le nuove maestranze alto/irpine, alla lettera, formate in cantiere, direttamente, a costo zero, con un’attenta direzione di lavoro, (sul punto vedasi “Il recupero dell’architettura e del paesaggio in Irpinia, manuale delle tecniche di intervento”, a cura di Angelo Verderosa, prefazione di Massimo Pica Ciamarra, De Angelis Editore, 2005, ndr).Quello esposto nel convegno è stato quindi un restauro architettonico (e al contempo “restauro sociale”) che contiene una qualità artigianale intrinseca (e che come tale andrebbe approfondito, veicolato e pubblicizzato, come emerso dal dibattito); artigianato di tipo nuovo, inteso cioè non come fatto residuale e nostalgico di tecniche e modi del passato costruttivo ed abitativo, ma come recupero artigianale dell’uomo stesso, oltre l’uomo industriale, in una prospettiva contemporanea industriosa, straordinariamente attuale e forse neo-partecipativa. Architettura umile (e nobile) mestiere, si potrebbe dire; partire evangelicamente dalla pietra scartata ch’è diventata pietra d’angolo della costruzione (e ricostruzione) dell’Irpinia Verde/rosa; quella che ha forse avuto il coraggio e la semplicità di mettere i sentimenti dentro le cose; contro l’architettura cinica e arrogante sperimentata nei bidoni dei “frammenti urbani” post/sismici, arroganti para-utopie sopra la gente, veicolanti modelli di comportamento lontani mille miglia dal vissuto quotidiano del loco post/irpino; cose e “cosi” che si son rivelate marziane e cervellotiche, calate di brutto (alla lettera) sul territorio. Andare a parlare con quegli sfortunati abitanti per credere! (e vi prego, non recitiamo sempre il consolatorio proverbio architettonico nazionale: «‘o Presepe è bbello, so’ ‘e Pasture ca so’ bbrutte!!»; ossia, in questo caso: «il frammento (urbano) è bello, so’ ‘e cafune che so’ brutti!» Tutto bene quindi, in nell’alt(r)a Irpinia? NO, affatto!! Siamo alle solite: il restauro architettonico esposto nel convegno è parso slegato parzialmente dalla sua destinazione d’uso, ed assolutamente, nei fatti, da un convincente progetto di gestione, interno ad un concreto sviluppo socio-economico del sistema “borghi d’Irpinia”. Insomma, ancora una volta ci sono i contenitori restaurati, mancano i contenuti! son corte, o tagliate del tutto, le gambe sociali per camminare, questa l’estrema sintesi. Peccato, il gruppo dell’Irpinia Verde/rosa, battezziamola così, ce l’aveva messa tutta, ma non è detta ancora l’ultima parola. «Facciamo Presto!!!», contro il famoso e sfortunato titolo–slogan degli anni ottanta: “Fate Presto!!!”, (ed Essi fecero!, nda). Questo convegno si è concluso in un grido di dolore, ma anche di speranza della ragione. Non è stato (solo) un lamento. E’ sperabile che si applichi alla gestione del “Sistema Borghi d’Irpinia”, la stessa strategia partecipativa sperimentata cn successo nel suo restauro architettonico; è indispensabile suscitare idee luminose per attrarre capitali, soprattutto umani, la più grande risorsa, onde evitare una nuova sconfitta dell’Irpinia e un nuovo sperpero di danaro pubblico, nonostante le più rosee e verde/rosee speranze. Quando son scorse sullo schermo le immagini di una sessantina di minialloggi turistici completamente attrezzati ma inutilizzati, nei borghi restaurati, veniva voglia di dire: ma a che gioco giochiamo?, Oltre alle “culle vuote”, anche i “letti vuoti”? Perché il valore culturale del monumento ben restaurato non è diventato (ancora) valore economico? Perché, a differenza dell’Umbria, regione “similare” per sisma e conformazione territoriale, molto nominata nel dibattito, l’Irpinia non decolla (ancora) nel turismo culturale e nell’architettura restaurata con pazienza e qualità? Ai posteri (e posteriori) l’ardua sentenza.

Saluti post/sismici, Eduardo Alamaro (eldorado)

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