Il recupero degli spazi urbani e degli elementi del paesaggio

tratto da “Il recupero dell’architettura e del paesaggio in Irpinia – Manuale delle tecniche di intervento”, a cura di Angelo Verderosa

De Angelis Editore, Avellino 2005

Il recupero degli spazi urbani e degli elementi del paesaggio

G.Maggino . L.Pinto . A.Verderosa

Note metodologiche

Premessa

Segnata dal massiccio dei Monti Picentini dai cui margini prendono forma le valli dell’Ofanto, del Calore e del Sele, l’Irpinia conserva una propria identità territoriale che la differenzia sia dal resto della Campania sia dalle contigue terre della Basilicata e della Puglia, ricca com’è di sedimentazioni storiche e di suggestioni geografiche; il paesaggio è armonioso e gradevole, ricco di falde idriche, terra di mediazione tra le alture dei Picentini e del Formicoso e i pianori della Baronia, caratterizzato dall’insieme equilibrato di elementi morfologici, idrici, vegetazionali, antropici e di uso del suolo.

Negli ultimi venticinque anni, con la ricostruzione post sismica, ambiente e il paesaggio sono stati alterati dalla veloce serialità degli interventi edilizi, conseguenza di una diffusa assenza di qualità   nella realizzazione degli spazi pubblici e privati.

E’ necessario risanare oggi ciò che è stato finora impropriamente ricostruito; occorre completare i vuoti urbani lasciati aperti dal terremoto; c’è un bisogno interiore di indagare e di ritrovare i materiali e le tecniche che connotavano gli spazi della nostra infanzia. 

Piazze e paesaggio avevano assorbito la pietra locale, un brecciato calcareo con sfumature dall’avorio al marrone, quale comune denominatore di un linguaggio architettonico scarno, essenziale nelle trame geometriche e nelle forme di lavorazione dei massi.

Quest’ultima parte del “manuale”, forse meno “matura” e meno sperimentata rispetto alla precedente sezione, intende fornire comunque una serie di ” prime indicazioni” sia sui criteri di recupero degli spazi urbani e degli elementi del paesaggio, sia sui materiali locali e sulle loro tecniche di posa, attraverso la documentazione di alcune esperienze finora attuate.

Programmi regionali

Le recenti occasioni progettuali, ispirate dalla Legge Regione Campania n°26/2002, così come quelle in corso di attuazione -POR Campania, Misura 4.12- attraverso il programma di recupero degli “invasi spaziali” nei centri rurali, permettono di avviare un diffuso ciclo di restauro e di manutenzione degli spazi pubblici storici; è da auspicare che questa possibilità di “ridefinizione” non diventi un ulteriore banco di sperimentazione incontrollata dove, come già successo per la ricostruzione post-sisma, si finisce poi con il devastare gli spazi della memoria o con il proporre “porfido del “Trentino” e “pietra dell’Etna”.

Spazi urbani e paesaggio sono i cardini “pubblici” della salvaguardia e del riequilibrio delle aree interne rurali che vedono, soprattutto nel recupero dei centri abitati, uno strumento di rinascita culturale ed economica, da cui residenti e visitatori potranno trarre beneficio.

Esperienze effettuate in altre regioni italiane indicano che il recupero delle qualità spaziali nei centri minori interviene significativamente e direttamente sul riequilibrio territoriale; la successiva manutenzione e tutela, oltre che innalzare la qualità della vita dei cittadini, determina un sensibile miglioramento della realtà socio-economica a scala locale e regionale.

Contesto locale

La ricostruzione post sisma del 1980 ci porta oggi ad affrontare problematiche inerenti due tipi di spazi urbani: da una parte gli spazi “storici”, caratterizzati da morfologia planimetrica ereditata dal passato, dimensioni fisiche limitate, emergenze architettoniche, manomissioni edilizie recenti, vuoti generati dalle demolizioni post-sisma; dall’altra “nuovi” spazi pubblici, scaturiti dalla pianificazione del processo ricostruttivo, privi di definizione spaziale, qualità architettonica, equilibrato rapporto alla scala urbana.

In fase di intervento, nel primo caso, un’attenta analisi preventiva sull’esistente e sulla documentazione storica disponibile, aiuta sicuramente alla riscoperta delle geometrie sedimentate e dei valori spaziali antecedenti al sisma; nel secondo necessitano letture ad una scala più ampia con l’obiettivo di ricucire “vecchio” e “nuovo”.  L’utilizzo di materiali locali aiuta sicuramente a  rafforzare le valenze storiche e architettoniche degli “spazi storici”; negli “spazi post-sisma” bisogna invece porsi l’obiettivo di correggere le “distorsioni” dimensionali, attraverso lo studio e la progettazione di “visuali mirate”, “filtri architettonici”, “barriere arboree”, a volte “saturando” attraverso l’utilizzo di un ulteriore “costruito” capace di individuare nuovi luoghi, spazi più intimi e vivibili.

Il recupero degli spazi urbani

Gli spazi urbani di ogni centro storico necessitano oramai di un adeguamento funzionale degli  impianti a rete (fogne, elettricità, acqua, gas, telefono e cablaggio) e di una maggiore accessibilità sia per i diversamente abili che per i mezzi di soccorso.

Peculiarità dei centri storici dell’entroterra irpino è la completa inaccessibilità carrabile; le uniche vie di accesso ovvero i vicoli sono gradonati e quindi esclusivamente di uso pedonale.

Fino agli anni ’60 prevalevano pavimentazioni in pietra locale: acciottolati, selciati, basolati; vi erano listature principali ovvero “direzionali” e listature minori, coincidenti o meno con scalini, spesso ortogonali alle principali. Negli anni successivi, purtroppo, con l’introduzione dei “cantieri-scuola” finanziati dalla “Cassa per il Mezzogiorno”, le pavimentazioni originarie furono sostituite con cubetti lavici o ricoperte con battuti di calcestruzzo. Le opere infrastrutturali a rete sono ancora oggi spesso a vista, con cavi aerei intrecciati sopra piazze e vicoli. 

Nel recupero degli spazi urbani bisogna trovare un punto di mediazione tra conservazione degli elementi della memoria ed esigenze di adeguamento funzionale, accessibilità e sicurezza posti dalla legislazione vigente per luoghi di uso pubblico; spesso gli amministratori pongono ulteriori esigenze di uso degli spazi urbani a fini turistici e didattici.

Occorrono soluzioni dinamiche che possano cioè essere opportunamente flessibilizzate per rispondere ad un numero maggiore di esigenze e permettere di adeguarsi al loro mutare nel corso del tempo; nonostante l’apparente contraddittorietà occorre intervenire comunque attraverso una logica di restauro; sulla scorta dei rilievi, dei dati, delle normative, della documentazione e delle memorie storiche, viene effettuato uno studio di alternative progettuali con obiettivi di riuso e rispetto dei beni storici. 

Contenimento dell’inquinamento luminoso

Gran parte dei centri storici sono contigui ad aree naturalistiche protette, dalle “Aree SIC” al “Parco Regionale Naturale dei Monti Picentini”; l’inquinamento luminoso crea disturbo non solo agli animali e alle piante ma anche all’uomo; la luce dispersa verso l’alto illumina le particelle in sospensione nell’atmosfera: si crea così uno sfondo luminoso che nasconde la luce degli astri. 

Potrebbe sembrare un problema che riguarda solo astronomi ed astrofili … invece è un problema di tutti perché diminuisce la possibilità di vedere il cielo stellato, non solo “paesaggio” da proteggere, ma anche suggestione di avvicinamento al creato.

In questo senso ogni intervento deve rispettare le norme contenute nella Legge Regione Campania n.12/2002  in materia di “contenimento dell’inquinamento luminoso e del consumo energetico da illuminazione esterna pubblica e privata a tutela dell’ambiente, per la tutela dell’attività svolta dagli osservatori astronomici professionali e non professionali e per la corretta valorizzazione dei centri storici”.

Obiettivi progettuali

Pur tra le numerose incongruenze formali della ricostruzione del dopo terremoto, i centri urbani dell’Irpinia possiedono ancora tutta la godibile semplicità ed il “sapore” dei piccoli centri rurali, tipici dell’entroterra appenninico campano; anche a fronte delle modeste dimensioni urbanistiche e del degrado di alcune zone marginali, ogni centro abitato, con case e vicoli dai dettagli architettonici semplici ed espressivi, riesce a comunicare una identità urbana che evoca e rappresenta le vicende costruttive e la vita dei suoi abitanti.

Ogni nuovo intervento deve essere condotto nel rispetto formale e spaziale dei luoghi, allo scopo di preservare e riorganizzare un ambito urbano capace ancora di esprimere, pur tra le diverse aree degradate presenti al suo interno, una chiara ed espressiva identità architettonica.

Occorre indagare e lavorare sul binomio “spazi urbani / paesaggio”; spesso ignorato in quanto “scontato” può invece offrire nuove chiavi di lettura del contesto ed essere veicolo di promozione dell’immagine del territorio.

Ragionando per “continuità” e “contrapposizione” i due elementi possono rafforzarsi mediante lo studio e l’uso di geometrie, percorsi, visuali, materiali, vegetazione, segnaletica.

Materiali locali

L’introduzione di materiali costruttivi estranei alla tradizione locale rappresenta un elemento di debolezza dell’intervento progettuale e costituisce un danno per l’economia locale.

L’Irpinia sub-appenninica è ricca di buoni materiali lapidei adatti alla costruzione e all’impiego pavimentale esterno; materiali un tempo reperibili un po’ ovunque, oggi sono estratti principalmente nelle cave di Sant’Andrea di Conza, Bisaccia e Melito Irpino e lavorati, oltre che nei suddetti  siti, nei laboratori di affermata tradizione artigianale: Fontanarosa, Gesualdo, Grottaminarda, Montella, Bagnoli, Nusco, Lioni,  Conza.

A Gesualdo si estrae, ormai episodicamente, l’ “onice di Gesualdo”, marmo di grande effetto decorativo, trasparente quando tagliato in lastre sottili, ricco di venature multicolori, non adatto per l’uso esterno.

Da torrenti e fiumi presenti nel territorio venivano recuperati ciottoli di vagliatura variabile connotati dalle scale cromatiche dell’avorio e del grigio; oggi non si trovano impianti disposti a cavare ciottoli dal letto dei fiumi; bisogna importarli dal Trentino !

Laterizi, a base di argilla cavata lungo le sponde dell’Ofanto, venivano prodotti fino a qualche anno fa nelle fornaci di Calitri, Sant’Andrea di Conza e Lioni; rimane una importante fornace a Montecalvo Irpino.

I tagli boschivi di rinnovo degli impianti esistenti forniscono in loco legname da costruzione di ottima qualità: quercia e castagno, adatti all’uso esterno, sono tuttora lavorati nei centri a margine dei Picentini: Montella, Bagnoli, Lioni, Caposele, Calabritto, Senerchia.

Il ferro battuto veniva lavorato un po’ ovunque; validi artigiani sono ancora presenti a Sant’Andrea di Conza, Lioni, Montella; così nella lavorazione della ceramica, spesso utilizzata nei complementi di arredo urbano, si hanno centri di eccellenza ad Ariano Irpino, Calitri, Carife, Sant’Angelo dei Lombardi.

Pietra irpina

Nei centri dell’Irpinia la pietra è ovunque; nei portali e nei cantonali dei palazzi nobiliari, nei rosoni e nei basamenti delle chiese, nei davanzali e negli stipiti di porte e finestre, nei balconi e nei gattelli in aggetto, alla base delle case scavate nei fianchi delle rupi … sotto gli intonaci delle case in muratura … nei vicoli e nelle piazze;  simbolo arcaico dei luoghi e della secolare abilità dell’uomo che sempre ha affidato alla incorruttibilità della sua superficie parole e segni da tramandare.

Dalle cave autorizzate di Sant’Andrea di Conza-Pescopagano  e Melito Irpino si estrae una pietra compatta, chiara e variegata, adatta alla costruzione e alla decorazione, prevalentemente costituita da minerali “di durezza Mohs da 3 a 4”,  denominata “brecciato irpino”; si presenta come un conglomerato  ghiaioso di varia granulometria e cemento calcareo, costituita da  breccia di matrice carbonatica e derivante da rocce sedimentarie; a granulometria minore corrisponde materiale di maggior pregio.

A seconda della granulometria e dei siti originari di estrazione si hanno le varie denominazioni: “favaccio” o “favaccia”, “favaccino”, “brecciato”, “pietra di Fontanarosa”, “pietra di Gesualdo”, ecc.   

La superficie a vista viene lavorata bocciardata, picconata, scalpellata, pettinata, levigata e, di recente, sabbiata e burattata. All’interno viene posato con lucidatura in opera.

A Bisaccia, viene ricavata mediante sfaldatura meccanica di cava, una pietra marnoso-calcarea, compatta, lavorabile, con interessanti effetti di colorazione sabbioso-giallastre miste a macchie  grigio-brunastre e con vene calcistiche e rossastre.  Viene cavata sotto forma di la strame irregolare e selci, a spessore variabile (40-90 mm.) e pezzature comprese mediamente tra 20 e 60 cm.; il coefficiente di imbibizione medio, contenuto entro il 3%, la rende adatta all’uso esterno.

La buona consistenza strutturale delle due tipologie di pietra irpina, il variegato cromatismo, il comfort al calpestio, le possibili lavorazioni, la resistenza al gelo e all’usura per attrito, consentono una  soddisfacente utilizzazione sia nelle pavimentazioni carrabili che pedonali.

La “pietra di Bisaccia”, lasciata a “piano cava”, si presta meglio in genere per pavimentazioni ad opus incertum o a cubetti; il “brecciato” si apprezza soprattutto lavorato in lastre regolari o a correre, basoli, cordoni, zanelle, caditoie, bauletti, dissuasori, panchine.

La posa in opera necessita di una preventiva fondazione di tipo stradale, costituita da una massicciata in pietrame misto costipato e rullato, a cui si sovrappone un massetto in calcestruzzo armato con rete elettrosaldata; sul massetto di posa, in genere realizzato con sabbia di fiume e cemento, battuto a mano, vengono posate “a fresco” le lastre in pietra; i giunti di fuga tra le lastre vengono riempiti con sabbia finissima e cemento in polvere e inumiditi fino alla presa.

Arredo urbano

La scelta dell’arredo urbano dovrebbe contribuire a definire una migliore “immagine urbana” o almeno a rafforzare i caratteri già insiti in loco; in genere succede che dell’arredo urbano se ne occupi l’assessorato comunale competente, supportato dall’ufficio gare, entrambi suggestionati dall’azienda produttrice di turno; i centri “minori” hanno seguito, in questa prassi, i centri maggiori. Ecco allora le fioriere in calcestruzzo circolari con seduta in legno di iroko, le panchine in grigliato colorato, le lanterne ottocentesche in finta ghisa, i beverini in acciaio inox con pedale in gomma.

Sarebbe opportuno che gli elementi di arredo urbano, da ridurre comunque all’essenziale, venissero  disegnati in relazione ai caratteri e alle suggestioni del luogo, utilizzando materiali locali, soprattutto lapidei, opportunamente lavorati e assemblati. Si genererebbero notevoli occasioni  di  confronto progettuale e di possibilità occupazionali per artigiani e manodopera locale.

Design, cultura storica e manualità contemporanea devono a questo scopo ritrovare un rapporto dialettico tale da produrre un arricchimento collettivo in termini di artigianato figurativo e di immagine urbana.

Illuminotecnica

La componente “luce” riveste carattere primario nella definizione dei caratteri spaziali di un luogo urbano. L’invasione attuata negli ultimi decenni da parte dei produttori di “pastorali” e “candelabri” in  finta ghisa ha lasciato ampie e “visibili” tracce anche in Irpinia; si ricorre a questo tipo di elementi ornamentali, monotoni e stanchi, ingombranti, forse per sopperire a quanto finora distrutto; “per dare un tocco di antico…”. Complici sicuramente i progettisti, aiutati in questo dai prezziari ufficiali.

Gli apparecchi  dovrebbero avere, in genere, un design anonimo al fine di contenerne l’impatto diurno;  il valore progettuale è nel segno che produce la luce e non nella forma del corpo illuminante.

Sembra opportuno fornire indicazioni di metodo nella scelta degli elementi illuminanti anche in funzione della citata legge regionale in materia di contenimento dell’inquinamento luminoso; come possibile area di ricerca si potranno approfondire i tematismi legati all’illuminotecnica di sicurezza, di suggestione e di orientamento. Potranno essere studiati anche impianti con singoli apparecchi attivati da sensori infrarossi al passaggio degli utenti e disattivati all’uscita di campo in modo da contenere consumi e inquinamento luminoso; a questo proposito, occorre:

– limitare i livelli di luminanza delle superfici illuminate a quanto effettivamente necessario; basterà applicare livelli di luminanza pari ai valori minimi previsti dalle norme di sicurezza

– prevedere la possibilità di una diminuzione dei livelli di luminanza in quegli orari in cui le caratteristiche di uso della superficie lo consentano; ad esempio le DIN 5044 parte 1 stabiliscono livelli di luminanza delle strade in base non solo alla categoria della strada ma anche all’intensità della circolazione automobilistica in autovetture per ora (è stato proposto di modificare la norma UNI 10439 in tal senso)

– minimizzare la dispersione diretta di luce al di fuori delle aree da illuminare attraverso un’attenta scelta o disegno degli apparecchi di illuminazione basata sulle loro prestazioni.

Riguardo i tipi di luce su cui indirizzare il progetto, si possono segnalare:

– illuminazione di base (sicurezza notturna): da realizzare ad esempio con proiettori a fasci ampi con ottica di tipo stradale, disposti sotto i cornicioni degli edifici

–  illuminazione di suggestione (rafforzamento delle geometrie compositive): ad esempio con l’utilizzo di apparecchi illuminanti incassati in elementi architettonici -sorgenti di piccola potenza e bassa luminanza con lampade fluorescenti compatte ben schermate da vetri diffusori o rifrattori-

– illuminazione di effetto (esaltazione dei dettagli architettonici), evitando i consueti fenomeni di abbagliamento e di eccessivo contrasto: procedendo con prove illuminotecniche in loco, fornendo in fase preliminare semplici indicazioni sul concept  linguistico formale; ogni elemento potrebbe avere un proprio schema tecnico di illuminazione a seconda delle caratteristiche e del grado di informazione-esaltazione che si vuole raggiungere: con apparecchi poco invasivi ed un’illuminazione di tipo asimmetrico per accentuare la plasticità degli oggetti, con  flussi luminosi provenienti da terra, posti a  distanze differenziate e in modo tale da non infastidire i passanti.

Per ulteriori effetti illuminotecnici si potrebbe  proporre l’inserimento di micro-illuminazione  a fibra ottica.

Verde

Ogni spazio urbano in Irpinia ha sempre avuto almeno un’alberatura tale da connotarne con forza l’immagine; alberi resistenti al clima rigido dell’inverno e alle escursioni termiche di mezza stagione; in genere si piantavano tigli, alberi amati dai longobardi … alberi odorosi, rustici, coriacei, spolianti.

La scelta delle specie da collocare appare tuttora di importanza strategica; anche qui, purtroppo, prevalgono le richieste degli amministratori locali: ecco allora magnolie, cedri, liquidambar… che stentano a crescere e spesso vengono spezzati dalla neve.

Alberature e arbusti contribuiscono alla qualificazione di un intervento di recupero in ambito urbano; sono da pensare come elementi di legame con il paesaggio; elementi di continuità e di rappresentazione.

Occorre scegliere specie autoctone, in grado di rispondere al meglio in termini di crescita, di funzionalità e di manutenzione, privilegiando i tipi a foglie caduche in grado di resistere meglio alle nevicate e al vento della stagione invernale e di assolvere al meglio alla funzione di ombreggiamento nella stagione estiva; nella scelta di una essenza vegetale sono da tener ben presente: il portamento, il grado di crescita, la produzione di frutti o semi, la capacità di riproduzione, l’apparato radicale, l’adattamento, l’evapotraspirazione, la copertura del terreno, la riduzione degli impatti da precipitazioni, la riduzione della velocità di scorrimento superficiale.

Pavimentazioni permeabili

Necessita particolare attenzione sull’esigenza di permeabilità dei suoli; con la definizione degli spazi urbani facilmente è possibile dare un proprio contributo progettuale; ad esempio nelle aree destinate a parcheggio si possono utilizzare sistemi di pavimentazione permeabile costituite da elementi in pvc riciclato o in cls autobloccanti, ovvero con elementi in pietra locale.

Aspetti manutentivi

Soprattutto gli spazi esterni richiedono una particolare attenzione per gli aspetti manutentivi, non solo in relazione alle scelte tecnologiche e di disposizione funzionale, ma anche per quanto attiene all’organizzazione gestionale che molto spesso è la causa del degrado. Già in fase di progettazione serve una speciale attenzione agli aspetti manutentivi in modo da garantire la conservazione delle caratteristiche funzionali dell’opera con il minor dispendio di risorse. Si deve tener conto dei possibili fattori di degrado ambientale (esposizione, clima, inquinamento) o dovuto all’uso (flusso utenti e tipologia di attività svolte), adottando idonee geometrie e sistemazioni funzionali.

È necessario privilegiare l’utilizzo di materiali durevoli, tecnologie ben consolidate ed elevata standardizzazione dei componenti tecnologici oltre ad una loro dislocazione che ne faciliti l’accesso per gli inevitabili interventi manutentivi.

Il recupero degli elementi del paesaggio

Il terremoto del 1980, favorendo -paradossalmente- l’abbandono dei centri storici,  ha innescato un processo di alterazione del paesaggio rurale dell’entroterra appennico irpino: l’edilizia minore, fatta di pietra e di legno, è stata in gran parte cancellata, sostituita da anonimi contenitori edilizi realizzati in cemento armato;  querceti e noceti sono stati estirpati per far posto ai PIP -piani insediamenti produttivi- ad oggi in gran parte ancora vuoti (vi hanno attecchito spontaneamente boschi di pioppi); i crinali del Formicoso, della Baronia e del Fredane sono preda ambita da parte dei produttori di impianti eolici.

A 25 anni dal terremoto, i programmi di finanziamento della comunità europea,  sembrano indicare nella valorizzazione ambientale e nel turismo connesso l’unica via di sviluppo per il  territorio dell’entroterra campano … si può realizzare un agriturismo a patto che si recuperi un’antica architettura! … Come si fa in Irpinia, visto che il patrimonio edilizio rurale è quasi del tutto compromesso?  … Ecco allora che ci si avvia a rivestire con lastrame di pietra -a spessore 4 cm.- i fabbricati in cemento armato!   ecco asfaltare le strade che portano all’agriturismo; ecco piantare magnolie e cedri del libano; ecco le recinzioni in orsogrill o in cemento prefabbricato… Che dire poi dei fabbricati industriali sulle rive del lago di Conza, tra le anse dell’Ofanto, del Calore e del Sele o all’interno del perimetro del Parco dei Picentini?

L’Irpinia presenta anche numerosi aspetti positivi: i metodi di coltivazione non hanno ancora subito le trasformazioni indotte dalle colture industriali; non ci sono serre, non si usano pesticidi; le condizioni economiche e sociali -contraddittoriamente anche grazie alla industrializzazione recente- non sono ancora tali da produrre abbandono ed assenza di gestione delle terre e delle abitazioni; le aree montane sono ben conservate grazie ad una coltivazione sostenibile (castagne, tartufi, legna) che produce occupazione e reddito per gli abitanti.

Alcuni autori  ritengono che il paesaggio sia prodotto da elementi naturali, altri studiano il paesaggio prodotto dall’uomo … la distinzione ha poco senso: il paesaggio è la forma di quello che c’è in un luogo, sia elementi naturali o seminaturali (cioè elementi naturali influenzati dall’uomo), sia elementi antropici: l’Irpinia oggi offre un paesaggio ritenuto ancora accettabile, a tratti intenso e bello; basta evitare le periferie della ricostruzione e le infrastrutture forzate lungo i fiumi. 

Occorrono sforzi progettuali e istituzionali per contenere le forme di contaminazione materiale finora innescate sul paesaggio;  serve un’attiva politica di protezione generale e di sensibilizzazione locale.

Paesaggio agrario

Il legame affettivo di generazioni di contadini tenaci che, tra diversi cicli di emigrazione, hanno continuato a “presidiare” il territorio, ha contribuito a salvare ampi brani del paesaggio agrario.  Campi, masserie, fontane, vigneti e uliveti, peschiere, orti, abbarbicati su dossi e alture salvaguardano ancora il “paesaggio buono” dell’Irpinia; senza l’agricoltura si sarebbe definitivamente perso ciò che solo in questi ultimi anni si sta riconoscendo al territorio col valore di “patrimonio”.

“Paesaggio” sono le campagne fatte di tante varietà di frutti, di razze bovine, caprine, ovine e quindi di particolari sapori (vini, formaggi, insaccati, conserve, paste), un patrimonio di risorse connesse alla tradizione contadina; recentemente proprio la riscoperta dei “sapori” è stata l’occasione che ha innescato nuove idee che oggi evolvono, lentamente, in nuove economie. 

In Irpinia si è ben riavviato tutto il comparto viti-vinicolo: i tre “DOCG” sono ormai un riferimento di livello internazionale; si riscoprono inoltre sapori perduti di formaggi, castagne, miele, carni, tartufi, tutti legati alla tradizionale attività agricola che nell’arco di qualche generazione è diventata “antica”, “storica”; il comparto enogastronomico si trasforma da produzione di beni a produzione di qualità del vivere. L’affermazione di prodotti qualitativi su nuovi mercati è la migliore garanzia di conservazione e recupero del paesaggio irpino; sugli opuscoli e sui siti web delle aziende agricole ci sono foto in bianco e nero degli antichi campi, delle masserie, degli attrezzi di lavoro lignei e lapidei; questa “nostalgia” iconografica sensibilizza produttori e consumatori; il bello si identifica con quanto perduto … si cerca quindi di “recuperare” o di “costruire” nuovi segni nel rispetto del paesaggio e della cultura materiale del luogo (a volte scadendo nel falso e nel kitsch).

Sembra ancora possibile “conservare” e “recuperare” il paesaggio quale bene collettivo capace di esprimere ancora l’essenza della appartenenza al luogo e al creato: il territorio irpino è oramai anche salvaguardato dalla recente individuazione di numerose aree SIC (boschi, aree agricole incontaminate, alvei fluviali, sponde di laghi artificiali) e dalla istituzione del parco regionale dei Monti Picentini.

Multifunzionalità

La “multifunzionalità” è il concetto in base al quale l’Unione europea sta ridisegnando la propria politica agricola: vengono finanziate sempre meno le aziende agricole che si limitano a produrre derrate e sempre più quelle che si impegnano anche in attività connesse alla salvaguardia dell’ambiente e alla sicurezza alimentare. Vengono finanziate per questo, ad esempio, le coltivazioni a basso impatto ambientale o integrate, le colture di siepi, gli impianti arborei legnosi, la manutenzione di superfici protette e le zone di protezione speciale per la fauna.

Biodiversità

Il paesaggio irpino non è un paesaggio addomesticato o commercializzato come quello ad esempio della Toscana o della Romagna; tranne nelle aree di fondovalle è ancora in gran parte integro, selvaggio, rupestre.  La conoscenza delle dinamiche naturali, biologiche, passa necessariamente attraverso lo studio del paesaggio rurale, lì dove ancora integro: ogni studioso della natura (biologi, zoologi, botanici, ornitologi),  riconosce alle campagne tradizionali, con i loro boschi, i muri a secco, gli abbeveratoi, l’intricata rete di siepi, un assetto strategico del territorio che ha permesso la conservazione di tante specie animali. Ogni sfera della conoscenza ambientale riconosce a queste realtà lo straordinario ruolo di serbatoi di ciò che in questi ultimi anni stiamo comprendendo come Biodiversità.

Protezione, Progetto, Promozione

Protezione, Progetto e Promozione sono azioni che in sinergia potranno portare ad un benessere diffuso per le  aree rurali  e al contempo ad una conservazione attiva del territorio e del paesaggio: la domanda di attività di ricreazione all’aria aperta è in costante crescita da circa 30 anni: il 60% dei residenti nelle aree metropolitane invade, per almeno una volta l’anno, la campagna per camminare, cavalcare, andare in bicicletta, scalare pendii,  pescare,  visitare edifici di carattere storico, ecc.

Un attento recupero del paesaggio rurale irpino potrebbe:

-favorire la crescente domanda ricreativa offrendo diverse scale di approccio: svago generico, attività sportive leggere, enogastronomia, visite a monumenti e borghi, utilizzo di biblioteche e musei, acquisto ed uso di piccoli fondi agricoli, messa in coltura di orti e avvio di manutenzione sostenibile per fabbricati e terreni;

-riqualificare i manufatti edilizi rurali attraverso la eliminazione delle superfetazioni leggere (prefabbricati del sisma, baraccamenti vari, depositi agricoli dismessi) e la sostituzione degli elementi estranei al territorio (recinzioni pesanti, essenze vegetali esotiche, ecc.);

-favorire la permeabilità delle superfici esterne (piazzali, strade di accesso ai fondi), la raccolta delle acque piovane per un reimpiego in agricoltura, la autosufficienza energetica attraverso piccoli impianti eolici e i pannelli fotovoltaici;

-attuare i piani di salvaguardia della campagna attraverso mirati accordi di gestione delle aree da proteggere, con il coinvolgimento delle amministrazioni  locali e regionali, delle organizzazioni e dei gruppi di volontari, dei privati;

-favorire l’insediamento di centri di ricerca per la promozione (in loco) di azioni di valorizzazione e di sperimentazione legate al territorio e alle nuove idee gestionali.

Longdistance Routes

Tra le tante possibili azioni -di salvaguardia e sviluppo integrato- attuate nel nord-europa  si potrebbero citare le “Longdistance Routes”; in Inghilterra vi è un vasto sistema di sentieri che permette al pubblico di accedere alle aree naturalisticamente più belle e di attraversare i paesaggi rurali: sono vie pedonali od equestri molto lunghe (fino ai 400 km. della  “Pennine Way”); lungo il percorso si trovano ostelli, campings e centri di informazione e ristoro. La Countryside Commission, preposta alla loro gestione, pubblica in collaborazione con la “Ramblers’ Association” (una sorta di C.A.I. inglese) un’ampia serie di opuscoli e info-web per guidare i fruitori di sentieri, promuovendo quindi il territorio e sostenendone l’economia. A latere di questo sistema di accesso vi sono alcune piccole aree per la pura ricreazione: i “Picnic Sites” ed i “Country Parks”; nati per attirare persone e per diminuire così la pressione ricreativa nelle aree naturali turisticamente più delicate, sono di solito localizzati vicino alle aree urbane; questi ultimi offrono ogni tipo di ricreazione all’aria aperta (equitazione, ciclismo, pesca, ecc.): possono essere parchi storici, zone di campagna,  ex miniere a cielo aperto, recuperate.

Gli investimenti economici lì effettuati, sia pubblici che privati, si sono dimostrati altamente remunerativi dato l’alto numero di persone che ogni anno usufruisce delle aree protette e delle strutture ricreative individuate.

Un codice per la tutela del paesaggio

Risulta che solo pochi comuni dell’Irpinia del dopo terremoto si siano dotati di strumenti normativi inerenti i caratteri di edifici e spazi urbani; pochissimi i comuni che hanno poi applicato le norme di cui si erano dotati.

Lioni, nel 1988, si è dotato del  “Piano del Colore e delle Norme di Attuazione del Piano di Recupero e dei Piani di Zona”; il piano prescriveva, oltre il colore delle facciate, gli elementi di finitura edilizia del nuovo costruito (geometrie e materiali di basamenti, cantonali, cornicioni, infissi, recinzioni, arredi, alberature, ecc.); i risultati sono stati confortanti: vinta la resistenza dei privati che, in assenza del piano, si muovevano liberamente tra infissi in alluminio anodizzato e tegole in cemento colorato, le norme sono risultate utili agli stessi progettisti che nella normalità dei casi le hanno utilizzate come un “codice” a cui attingere anche per il disegno degli elementi costruttivi.     

Anche il territorio necessita di un “codice” per definire il tipo di interventi, edilizi e antropici in generale, possibili nel rispetto del paesaggio; le comunità montane, forse la stessa Regione Campania, potrebbero farsi carico di uno studio normativo così come attuato in altre regioni del centro-nord.

“Tutelare non significa ingessare” potrebbe essere il principio di base di un “codice” da intendere come individuazione di “criteri” ed “indirizzi” per la conservazione e la valorizzazione del paesaggio: gli interventi di modellazione e trasformazione del paesaggio devono essere conciliati con la conservazione della biodiversità e con il naturale dinamismo del territorio.

Il ruolo delle istituzioni pubbliche è quello di assicurare una corretta gestione del paesaggio che tenga conto, oltre dei vincoli e dei meccanismi economici e sociali, anche delle istanze che gli abitanti aspirano a veder riconosciute per il loro ambiente di vita.

Vengono di seguito riportati alcuni incipit metodologici che sicuramente necessitano di un maggiore approfondimento; auspichiamo che qualche ente possa avviare uno studio analitico e normativo volto alla tutela del paesaggio irpino.

-analisi degli elementi caratterizzanti

conoscenza e lettura del contesto e delle caratteristiche paesaggistiche, attraverso le componenti fisico-naturali, storico-culturali, umane, percettive con l’obiettivo della individuazione degli elementi di valore, vulnerabilità e rischio

-interdisciplinarieta’ e transdisciplinarieta’

esigenza e opportunità di coinvolgimento di figure professionali specialistiche (architetti, ingegneri,  urbanisti, paesaggisti, topografi, geologi, agronomi, forestali, geografi, botanici, ecc.), con la finalità di una visione globale dei fenomeni e dei contesti

-utilizzo sostenibile delle risorse disponibili

contenimento dell’uso di materiali, energia e territorio, risorse non rinnovabili con l’obiettivo di limitare i fattori dimensionali dei nuovi interventi, promuovendo il recupero di manufatti esistenti, sfruttando le potenzialità abitative delle aree edificate

-caratteristiche orografiche e morfologiche

correlazione e integrazione con le proprietà orografiche e morfologiche dei luoghi con la finalità della conservazione delle giaciture naturali dei terreni; con particolare riguardo alle opere di nuova viabilità e di ripristino degli alvei fluviali

-compatibilita’ ecologica

introduzione di elementi di “rinaturazione” (volti a ricostituire condizioni di naturalità coerenti con la struttura ecosistemica dei luoghi) e di “rinaturalizzazione” (interventi tesi a conferire un’apparenza di naturalità ai luoghi),  mediante l’utilizzo di tecniche e materiali di basso impatto ambientale con l’obiettivo della reversibilità degli interventi, salvaguardia delle caratteristiche di naturalità esistenti, conservazione e ampliamento delle biodiversità

-compatibilita’ visuale

individuazione di soluzioni progettuali che permettano di preservare e valorizzare  la percezione visiva degli elementi significativi del paesaggio con l’obiettivo di una preventiva analisi visuale dei nuovi interventi in relazione agli elementi primari  

-localizzazioni alternative

valutazione comparata di alternative ubicazionali di nuove opere in relazione al paesaggio con l’obiettivo di identificare le zone a danno inferiore; nel caso di localizzazioni che comprometterebbero l’esistenza stessa di ambiti di particolare valore ecologico o storico-culturale architettonico dovrebbe essere valutata l’opzione del non intervento

-coerenza e non imitazione

coerenza e integrazione tra nuove opere e contesto esistente,  evitando l’imitazione delle tipologie tradizionali presenti all’interno dell’ambito considerato, ricercando soluzioni matericamente e cromaticamente compatibili con obiettivi di rinaturalizzazione, mitigazione, compensazione

-compensazione

compensazione tra effetti indotti da nuove trasformazioni e interventi complementari di entità commisurata all’intervento da eseguirsi con la finalità di apportare migliorie alla qualità dell’intorno, ad esempio attraverso l’introduzione di nuovi elementi di qualità naturalistica

-ingegneria naturalistica

mediante l’utilizzo di specie erbacee, arbustive, arboree  e materiali naturali, con tecniche alla portata della manodopera locale, si può pervenire alla ricostruzione degli equilibri naturali in buona parte delle aree in dissesto idrogeologico; obiettivo dell’utilizzo delle tecniche di ingegneria naturalistica è la ricostituzione di unità ecosistemiche in grado di autosostenersi mediante processi naturali, capaci di generare azioni risanatrici sulle caratteristiche geopedologiche, idrogeologiche, idrauliche, vegetazionali, faunistiche e paesaggistiche del territorio

-utilizzo di materiali naturali (viventi)

ai fini del consolidamento le piante assolvono ad una sostanziale funzione meccanica, antierosiva, trattenendo le particelle del suolo ed evitando il loro dilavamento:

-conferiscono stabilità al terreno in maniera dinamica, direttamente proporzionale al loro sviluppo

-presentano costi contenuti, in quanto si trovano in loco o provengono da operazioni di manutenzione effettuate in aree limitrofe

-creano habitat naturali per la fauna selvatica: luoghi di alimentazione, di rifugio e di riproduzione

-forniscono un ombreggiamento utile a limitare l’eccessiva crescita di compagini vegetali indesiderate nell’alveo fluviale, mantenendo bassa la temperatura dell’acqua

-favoriscono, a livello radicale, la depurazione del corso d’acqua dalle impurità presenti, assimilando gli eccessi di sostanza organica ed assorbendo metalli pesanti e altre sostanze chimiche (fitodepurazione)

-contribuiscono ad aumentare la diversità biologica, principale fattore di pregio e di stabilità di ogni ambiente naturale

-rafforzano le relazioni che intercorrono tra corsi d’acqua e falde freatiche

-conservano e migliorano il paesaggio ed il patrimonio naturale e culturale che esso rappresenta

-manutenzione

strettamente connessa alle tecniche di ingegneria naturalistica la manutenzione resta il fondamento quotidiano della complessa azione di tutela e conservazione del territorio; occorre prevedere in sede progettuale gli oneri per le operazioni di manutenzione che consentano agli elementi naturali di reimpianto di attecchire e svilupparsi armonicamente: rinfoltimenti, sostituzioni, risemine, concimazioni, potature e diradamenti

-concorsi di idee

auspicabile per opere pubbliche di rilievo, in contesti di particolare e riconosciuta rilevanza  paesaggistica, il ricorso a concorsi di idee allo scopo di pervenire, attraverso il confronto e il dibattito, ad una elevata qualità progettuale.

Bibliografia

Francesco Fariello, Architettura dei giardini, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1967.

Francesco Fariello, Architettura delle strade, Società editrice “La Pace”, Roma, 1988

Francesco Fariello, Elementi di architettura paesistica, Tip. S.Paolo, Roma, 1973

REGIONE PIEMONTE

Assessorato ai Beni Ambientali, Direzione pianificazione e gestione urbanistica

CRITERI e INDIRIZZI per la TUTELA del PAESAGGIO

http://www.regione.piemonte.it/sit/argomenti/pianifica/beniamb/home.htm

BIBLIOGRAFIA di riferimento  (già caricata da De Angelis)

CAIRANO NELL’ETA’ ARCAICA, l’abitato e la  necropoli           

Gianni Bailo Modesti               

Istituto Universitario Orientale, Annali del Seminario di studi del mondo classico, Quaderno n°1

Napoli, 1980

ALTA IRPINIA, INDIVIDUAZIONE DI UNA METODOLOGIA PROGETTUALE    

Angelo Verderosa         

Università di Napoli “Federico II”, Facoltà di Architettura

Datt., Napoli, 1986

IL RECUPERO DEL CENTRO STORICO  DI S. ANDREA DI CONZA

a cura di Vito De Nicola, Soprintendenza BAAAS di SA-AV

Poligrafica Irpina 

Nusco, 1989

Restauro del Castello, dell’ex Casa Comunale e sistemazione della Piazza Garibaldi

a cura di Riccardo Dalisi, Soprintendenza BAAAS di SA-AV

ARTI GRAFICHE BOCCIA

Salerno, 1990

PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA                

Massimo Pica Ciamarra          

Clean Edizioni              

Napoli, 1991

Itinerario, nella storia nella memoria

a cura di Alessandra Celano, Donatina Russoniello, Mario Salzarulo

Comunità Montana Alta Irpinia

Pubblicazioni CRESM Campania

Poligrafica Irpina

Lioni, 1993

MANUALE DI PROGETTAZIONE DEL PAESAGGIO URBANO

A cura di Maria Cristina Tullio

Dei Multimedia, Tipografia del Genio Civile

Roma, 1999

MANUALE TECNICO DI INGEGNERIA NATURALISTICA

Regione Emilia Romagna – Regione Veneto

Edizione Centro di Formazione Professionale “O. Malaguti”

Bologna, 1993

ARCHITETTURA / ECOLOGIA     

Federico Verderosa   

A.A.A. Edizioni Pannisco,

Calitri, 1997   

IL PAESAGGIO ITALIANO, idee contributi immagini

AA.VV. Touring Club Italiano

Touring Editore

Milano, 2000

MUSEO  ETNOGRAFICO  della  Piana  del  Dragone

a cura di Antonio Marra

Associazione Culturale “Il Tiglio” onlus

Casa Editrice  DELTA  3   

Grottaminarda, 2002

CENTRI STORICI E TERRITORIO

a cura di Giancarlo Depilano

Franco Angeli

Milano, 1997

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